PAGINA 70

 

La leggenda del rock non si è mai materializzata completamente. I Pink Floyd hanno conservato negli anni un alone di mistero che li ha resi grandi tra i grandi. Il 1970 si apre per loro con un tour in Inghilterra e in Francia, mentre per loro Ron Geesin stava mettendo a punto “Atom Heart Mother”, l’album della mucca in copertina. Geesin, amico di Roger Wayers, lavorava nell’ambito dei commenti sonori per film e documentari e assunse l’incarico di elaborare alcune tracce sonore ideate da David Gilmour e Rick Wright. Alla fine ne uscì un album che nessuno si aspettava, forse nemmeno il gruppo stesso. L’intera suite si evolve con passaggi orchestrali pregevoli di ottoni e archi, nello stile da album concept, anche se nella seconda parte si ascoltano canzoni per niente disprezzabili, soprattutto “If” di Roger Waters. Wright firma “Summer ’68″, ricordando una notte passata con una groupie, poi Gilmour canta “Fat old sun”, infine “Alan’s psichedelic breakfast” è un esperimento sonoro non del tutto riuscito. A quei tempi ci si chiedeva come mai, tanto spesso, i Floyd intervenissero con rumori, risate, chiacchiere, a rovinare magiche atmosfere sonore. Non potevano fare altrimenti, non potevano dimenticare l’eredità lasciata da Syd Barret, il più spericolato tra loro. Come quella volta durante un concerto, quando scese dal palco per ripresentarsi con un fornello da campeggio su cui cominciò a cucinare un uovo. Avvicinando il microfono ne ricavò sonorità sperimentali. Esattamente un anno dopo esce “Meddle”, ma prima, nel giugno 1971 i Pink Floyd si esibiscono a Brescia e Roma. In Italia ritornano per registrare tra il 4 e 10 ottobre “Pink Floyd Live At Pompei”, un film diventato un punto fermo della filmografia musicale. “Meddle” inizia con “One of these days”, con quel suono di elicotteri, il ritmo pulsante, per sfociare nella ballata indolente di “A pillow of winds” e ancora “Fearless” più “San Tropez”, quindi il brano sperimentale “Seamus”, intervallato dall’abbaiare di un cane. A conclusione il pezzo da novanta “Echoes”, quel tocco di pianoforte e Waters che trova una nuova sonorità del basso attraverso l’eco Binson. Nel giugno del 1972 il gruppo inglese fa uscire “Obscured by clouds”, colonna sonora del film “La Vallé” del regista Barbet Schroeder. Le registrazioni si effettuano presso il Chateau D’Hérouville nei pressi di Parigi e mostrano un gruppo che è costretto ad affidarsi all’istinto, non più alla ricerca dei suoni che avrebbe portato via troppo tempo. La band suona come ben sa fare e sorprende per grinta e determinazione infilando una serie di brani decisamente rock, dove la chitarra di Gilmour la fa da padrone. Tutto si sta preparando per il capolavoro a venire, quello che cambierà la storia della musica pop rock. “The dark side of the moon” esce il 24 marzo 1973 e sulle prime qualche critico storce il naso. Perché risulta essere troppo perfetto, sia la registrazione sonora che la risultante creativa. Qui non ci sono battute d’arresto, tutto fila via liscio. “Time” e “Money” le canzoni più gettonate, i quattro componenti si dividono i compiti, Waters, oltre a suonare il basso, si occupa della parte testi in maniera totale (alienazione e paura), David Gilmour diventa la voce solista della band oltre a suonare la chitarra, dal suono inconfondibile. Rick Wright alle tastiere e Nick mason alla batteria completano l’organico. Incisione iniziata agli Studi Abbey Road, gli stessi dei Beatles, nel giugno 1972 per concludersi nel gennaio 1973. Ai Pink Floyd mancava il classico capolavoro da consegnare ai posteri e “The dark side of the moon” lo diventerà, nonostante una presentazione alla stampa boicottata dagli stessi Pink Floyd perché non soddisfatti dell’impianto che loro volevano fosse quadrifonico. Il tecnico del suono Alan Parson (aveva lavorato anche con i Beatles) ebbe poi occasione di intraprendere una discreta carriera da solista. Sugli effetti sonori concorreva a pieno titolo Nick Mason che ebbe modo di aggiudicarsi un premio per l’alto risultato raggiunto con “Speak to me”. Le presentazioni live che seguirono la pubblicazione del disco vengono ricordate come mitiche e sensazionali, nonché uniche e irripetibili. Si, perché poi i Pink Floyd non saranno più gli stessi. “Wish you were here” di due anni dopo (1975) viene realizzato sotto il peso del successo strepitoso e inaspettato del precedente ellepi. Waters cerca di mettere ordine, ma proprio con questo lavoro iniziano i dissidi con Gilmour e gli altri. “Shine on you crazy diamond” apre le danze di un album che appare subito come la naturale continuazione del precedente fortunato album. Non va oltre ma consolida una formula già ben collaudata. Ancora un buon successo commerciale, ma nel 1977 “Animals” fa registrare una brutta battuta d’arresto, anche se lo spettacolo dal vivo si arricchisce di azioni sceniche straordinarie, come quel maialino (la canzone “Pig”) che, appeso, attraversa tutto lo spazio passando dal palco fino in fondo al pubblico, sopra la testa del pubblico. E siamo alla fine dei ’70 con il più grande spettacolo rock, con “The wall”, album doppio, spettacolo a tutto campo, con in scena un muro intero di mattoni da costruire per poi essere abbattuto a fine concerto. Dall’album ne nasce un film che ottiene un certo successo, ma all’interno della band si avverte che Roger Waters ha preso le redini e impone la traiettoria artistica da seguire. Gli altri lo seguono ma qualcosa si sta incrinando, tanto che successivamente Waters presenterà “The wall” a suo nome, senza i Pink Floyd. Eppure la leggenda continua, con i quattro Floyd sempre fuori dai clamori delle cronache, molto attenti a non frequentare i salotti, a non lasciare tracce che non siano quelle della musica.

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