1960 / 1970
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La contestazione degli anni ’60/70
A partire dagli anni ’60-’70 la cultura è stata fortemente influenzata da caratteri di costume che hanno determinato numerose svolte nei vari settori. Alla base di questi fenomeni possiamo individuare una tendenza generale: la contestazione. La cultura della contestazione ha interessato soprattutto il mondo giovanile, manifestandosi, sia in America sia in Europa, con atteggiamenti ribellistici, provocatori, anticonformisti e trasgressivi. All’origine della rabbia giovanile stava la contestazione del sistema capitalistico borghese, l’ansia per un futuro su cui pesava il pericolo di una guerra atomica e il violento scontro generazionale. I giovani rifiutavano la propria società, accusata di appiattire l’uomo, dequalificare l’intellettuale e mercificare tutto, anche l’arte ed il pensiero. Proteste, dissenso, contestazione, sono parole che entrarono nel linguaggio comune con un significato nuovo, ad esprimere un fenomeno tipico della società industrializzata e che prima ancora che politico era esistenziale: cioè un clima di diffuso disagio e quindi di ribellione nei confronti dei limiti posti all’espressione della propria individualità dalle esigenze strutturali della nuova società borghese e dal neo-capitalismo con la sua organizzazione del lavoro, parcellizzata e alienante, i condizionamenti del consumismo e il controllo dei mezzi di comunicazione di massa.
LE ORIGINI DELLA CONTESTAZIONE
Mentre negli Stati Uniti il fenomeno della contestazione si innesta sui problemi del conflitto razziale e si radicalizza dopo la guerra del Vietnam del 1965 in conseguenza del massiccio reclutamento di giovani per il conflitto, in Europa esso è alimentato dai tradizionali conflitti di classe e dalle nuove tensioni prodotte da una troppo rapida trasformazione delle strutture e dei valori societari collegata con lo sviluppo dell’economia del benessere.
Il movimento giovanile degli anni ’60 segnò la maturazione culturale di una nuova generazione che intendeva opporsi al sistema istituzionale postbellico
La rivolta giovanile, “nata” nell’università di Berkeley, California, si manifestò sotto forma di ribellione violentemente critica nei confronti dell’ordine dominante. L’istituzione più presa di mira dal movimento fu quella scolastica. Negli anni del dopoguerra, infatti, le istituzioni scolastiche di tutti i paesi industrializzati dell’Occidente, videro un aumento massiccio delle iscrizioni a tutti i livelli, dalle elementari fino all’università. Ciò era causato da due fattori: il primo, determinato da cause “naturali”era caratterizzato da un forte aumento demografico (il baby boom); il secondo era di origine culturale e sociale: l’allargamento dell’istruzione era uno degli obiettivi essenziali del welfare state; il divario nei livelli dell’istruzione era uno dei principali fattori di separazione tra le classi e il fatto che bambini e adolescenti fossero collocati, fin dall’infanzia, in fasce d’istruzione differenziate, era una negazione di quella eguaglianza di opportunità che nei paesi occidentali era ormai considerata una necessità vitale per la democrazia. Lo Stato doveva quindi intervenire per superare il divario, unificando l’istruzione, portando l’obbligo scolastico ad età più elevate, provvedendo con borse di studio e speciali interventi all’educazione superiore per gli strati più poveri.
La spesa pubblica e privata per l’istruzione, crebbe quindi in modo consistente in tutti i paesi del mondo industrializzato, mentre il ceto degli insegnanti diveniva una delle categorie sociali più massicce.
Ma la scuola, istituzione per sua natura basata sul rapporto di autorità insegnante-alunno, apparve in contraddizione con i mutamenti della condizione giovanile, che andavano nella direzione di una crescente autonomia e di un pieno inserimento nella realtà sociale e culturale dello Stato.
IL SESSANTOTTO
La fine del decennio del 1960 è passato alla storia come il “momento dei giovani”più teso di quegli anni: il Sessantotto. Fu un periodo di violente rivoluzioni, manifestatesi in grandi movimenti di massa che coinvolsero gli studenti, gli operai e le donne. Ovunque nel ’68, fu espressa e rappresentata, anche in forma violenta, l’inadeguatezza dei sistemi politici e culturali dominanti rispetto all’elevato grado raggiunto dallo sviluppo dei rapporti sociali.
In tutto il mondo, la rivolta trovò il proprio epicentro nelle Università.
Nel settembre del 1967 i militari boliviani annunciarono la morte di Ernesto Guevara detto il “Che”, leader della guerriglia a Cuba e poi, dopo la vittoria della rivoluzione, ministro dell’economia del nuovo regime socialista. La morte in combattimento, contribuì a fare del Che un simbolo della lotta contro ogni forma di oppressione. La sua tensione ideale divenne un esempio per l’utopia rivoluzionaria che contraddistinse la protesta studentesca europea alla fine degli anni ’60.

In Italia la contestazione prese l’avvio con il sommesso ronzio di una Zanzara. Era questo il nome di un giornale studentesco che veniva compilato nel liceo Parini di Milano. In un suo numero fu pubblicata, nel 1966, una sorta di inchiesta-sondaggio dal tema cautamente sessuale. Gli studenti chiedevano il rispetto della libertà individuale a patto di non ledere quella altrui, quindi volevano assoluta libertà sessuale e modifica totale della mentalità. Volevano anche l’introduzione dell’educazione sessuale fin dalle medie per evitare che il sesso rimanesse un tabù. Tale provocazione fu presa terribilmente sul serio: i redattori della Zanzara furono inquisiti e incriminati e anche il preside della scuola fu rinviato a giudizio. Successivamente il tribunale di Milano assolse sia gli studenti sia il preside, ma le basi della contestazione ormai erano state gettate.
La protesta divampò nel 1967 e durò per tutti gli anni ’70. L’Università aveva gran bisogno di una ventata rinnovatrice: nel 1956-57 gli iscritti ai corsi erano 212mila, dieci anni dopo il loro numero si era raddoppiato: 425mila. L’Università d’elite diventava dunque Università di massa, senza che il fenomeno fosse stato previsto. Il docente, almeno per ciò che riguardava i corsi importanti, si rivolgeva ad una calca di allievi che a stento ne percepivano la voce; era ignorata l’esigenza di laboratori o seminari che preparassero gli studenti all’attività professionale e molti professori non avevano con i ragazzi nessun rapporto umano. Gli studenti che promuovevano la contestazione, però, non avevano a cuore l’Università e tanto meno riforme efficientistiche; volevano il trionfo dell’ideologia e della demagogia dello studio. Era il Gran Rifiuto di Marcuse, ossia l’opposizione totale al sistema. Ma tale rifiuto poteva essere attuato, secondo il filosofo, non dal lavoratore salariato, ormai completamente integrato nel sistema, bensì da gruppi “esclusi” dalle società opulente i quali sono al di fuori del processo democratico, perciò la loro opposizione colpisce il sistema dal di fuori e quindi è sviata dal sistema stesso. Nel 1967 furono occupate La Sapienza di Pisa, Palazzo Campana a Torino, la Cattolica di Milano e poi Architettura a Milano, Roma, Napoli. Dalla facoltà di Sociologia a Trento, giungeva un documento contro l’Università negativa nel quale era posto sotto accusa l’intero sistema del sapere ufficiale, riflesso di un dominio economico e politico capitalistico, contro cui si invitavano gli studenti a concentrare le iniziative di lotta.Montava la “colossale sbornia”come la definisce Montanelli, provocata da un cocktail ideologico in cui si mescolavano Marx e Marcuse, il Che Guevara; Sartre e Mao Tse Tung.
E i professori? Pochi docenti di nessun peso concordavano con la protesta, molti si piegavano per evitare guai, altri tentavano di resistere con manovre elastiche, pochissimi fronteggiavano risolutamente l’esplosione.. ai professori veniva negato il diritto di valutare lo studente; l’esame doveva essere un tu per tu alla pari. La cultura era disprezzata (si scriveva Kultura con la Kappa).
All’inizio del 1968 le occupazioni si estesero a macchia d’olio. Si affermavano ovunque i metodi assembleari e iniziarono i “controcorsi”promossi dagli studenti su temi di attualità.
La contestazione dilagava e le masse giovanili assaporavano tutto il fascino di libertà prima sconosciute: i vincoli di dipendenza familiare si allentarono, si abbattevano molti tabù sessuali, si diffondeva un nuovo modo di vivere e socializzare.
Quando poi il 1°marzo si verificò a Roma, dinanzi alla facoltà di Architettura di Valle Giulia, uno scontro armato con la polizia, gli studenti compresero con un certo stupore che persino alle forze dell’ordine poteva talvolta capitare di essere costrette a indietreggiare.
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Scendevano intanto in lotta i lavoratori per la riforma sulle pensioni e contro la disparità retributiva su base regionale e si concretizzarono le prime forme di attiva solidarietà tra studenti e sindacati.
Il Sessantotto, però, si concluse con una sconfitta perché il movimento non riuscì a passare da una critica corrosiva ad una proposta concreta di alternativa alla modernità capitalistica. Tuttavia diede un rilevante apporto all’ingresso sulla scena di nuovi soggetti politici, a partire dalle donne, e contribuì a portare alla luce la necessità di un’azione riformatrice in vari campi dei diritti civili(divorzio, aborto, sistema carcerario…).
abbigliamento e libertà negli anni 60/70
anni 60/70 rivoluzione culturale e contestazione:
Abbigliamento e libertà
1961. Inizia la guerra in Vietnam, esplode la Pop Art, J. Christo qualche anno dopo impacchetta monumenti, Martin Luther King è premio Nobel per la pace e Mary Quant inventa la minigonna. A indossarla è Twiggy: prima top model teen ager (17 anni). Courregés, che nel ’64 aveva presentato abiti corti e linee a trapezio, rivendica il copyright della mini ma Mary Quant risponde che: “Le vere creatrici della mini sono le ragazze, le stesse che si vedono per la strada”.
Dopo il ‘64, l’abbigliamento femminile si arricchisce di nuovi accessori; alle gonne corte si abbinano stivali alti di vernice e calze trasparenti dette “collant”. Scarpe con le zeppe che sembrano trampoli. Cinturoni; medaglioni e svariate forge di occhialoni da sole.
In Italia, già dal ’54 “La Perla” produce la mini guaina con il reggicalze incorporato.
Claude Montana e Thierry Mugler lanciano a Parigi una nuova silhouette con spalle larghe e mini vertiginose. Mentre per l’abbigliamento maschile: pantaloni attillati a zampa d’elefante e a vita bassa. Anche per lui gli accessori sono: medaglioni, scarpe alla beatles, anelli, foulard ma, al di là della moda concepita come questione estetica, durante la contestazione studentesca l’eschimo, la barba e i capelli lunghi distinguono il simpatizzante di sinistra nella scena politica studentesca da quello di destra.
Tra il 1968 e il 1970 la italiana Innocenti costruisce lo scuter economico LUI e assegna la progettazione del prototipo alla Bertone. Lo styling dello scuter è avveniristico ma procura alla Innocenti un modesto ritorno economico nonostante il costo contenuto del LUI 50 (lire 89.500) rispetto alla lambretta 50 (lire 118.000).
Negli anni ’80, le griffe made in Italy sono in piena ascesa e Krizia lancia i mini pants e il reggiseno gag con due conchiglie al posto delle coppe. Da ricordare che già negli anni precedenti il movimento femminista al grido “tremate tremate le streghe son tornate” distrugge ogni indumento intimo che riconduce la donna ad oggetto di desiderio o che esalta la femminilità gradita al “maschilista”.
E Versace scommette nuovamente tutto sulla minigonna, invitando le donne a “buttar via tutte le palandrane per stare al passo coi tempi dinamici”.
Nel ’94 nasce la D&G: linea giovane di Dolce e Gabbana; comparsi nella scena della moda alla fine degli Anni ’80 ma già noti in tutto il mondo grazie anche all’amicizia con Madonna.
Nel frattempo anche Versace lancia la sua linea giovane “Versus” e ripropone la mini. A un anno dal crollo delle Torri Gemelle, 11 settembre 2001, nel pieno di una crisi politico-mondiale senza precedenti, gli stilisti più all’avanguardia, Dolce e Gabbana Gucci e Prada, per la primavera estate 2003 rilanciano la minigonna. Giorgio Armani fa della minigonna la bandiera del nuovo stile autunno-inverno 2003/2004. Mentre Roberto Cavalli nella linea giovane Just Cavalli lancia una serie di minigonne pacifiste al motto di “No war, more wear”.
Tutto ciò avviene nelle città e detta così sembra semplice. Forse non tutti sanno che le prime ragazze che ebbero il coraggio di osare e stare al passo con i tempi furono considerate delle poco di buono; non solo per l’abbigliamento ma principalmente per le idee professate in pubblico.
Per i costumi del tempo, la donna doveva badare alla casa, essere riservata e non parlare di questioni sconvenienti né tantomeno andare in moto. Esporre le proprie grazie in pubblico e esibire vanità significava non trovare marito.

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